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6 Giugno 2019

Tipologia di lavoro e carenza di Vitamina D

Sono noti da anni i benefici legati alla vitamina D, non solo sull’osso, basti pensare al suo ruolo nel contrastare l’osteoporosi, ma anche su diversi organi ed appari, da quello muscolo-scheletrico, al cardiovascolare ed al gastroenterico.

La vitamina D è sintetizzata nel nostro corpo a livello cutaneo, grazie all’azione dei raggi UVB su un suo precursore, un’altra fonte di vitamina D viene dall’apporto di alimenti che la contengono. Dalla cute, attraverso il sangue, raggiunge il fegato ed i reni dove subisce due trasformazioni sino a giungere alla sua forma metabolicamente attiva.

Si comprende quindi come la sintesi di Vitamina D sia strettamente legata all’esposizione alla luce solare ma anche all’assunzione di alimenti che la contengono in quantità significativa (olio di fegato di merluzzo, salmone, sardine e pesce azzurro, pesce spada). Da qui uno stile di vita corretto ed una corretta alimentazione rappresentano presupposti fondamentali.

Diversi studi accennano, peraltro timidamente, anche ad un suo ruolo nella prevenzione di alcune tipologie di tumore ma la raccolta dei dati e gli studi sono ancora in corso per cui si è al momento lontani dal poter definire la Vitamina D come l’elisir di lunga vita.
In considerazione comunque dei definiti benefici si sta prestando sempre più attenzione al fine di garantirne livelli ottimali.

Uno studio interessante è stato condotto dal Gruppo del ricercatore canadese Sebastian Straube (BMC Public Health 2017; 17: 519) dove gli Autori hanno cercato di valutare l’eventuale correlazione tra tipologia di lavoro e livelli di vitamina D.
Analizzando i dati di circa 53000 persone hanno rilevato che le percentuali di maggiore carenza di Vitamina D venivano riscontrate nei lavoratori soggetti a turnazione (80%), in coloro che svolgono la propria attività in ambienti chiusi (77%) e negli operatori sanitari (72%) rispetto a coloro che svolgono la propria attività all’aria aperta o seguendo orari standard.
Le motivazioni vanno ricercate indubbiamente in uno stile di vita meno corretto sia dal punto di vista alimentare (pasti veloci, spesso preconfezionati) che per quanto riguarda le ore vissute al sole nei turnisti, la tipologia di infissi in coloro che lavorano in ambienti chiusi o la totale assenza di esposizione solare, aspetti validi anche per coloro che lavorano in ambito sanitario, si pensi ad esempio al personale delle sale operatorie od a coloro che passano buona parte della loro giornata lavorativa in ambienti chiusi.

Altri aspetti che possono avere un ruolo nella carenza di vitamina D sono rappresentati dall’età, infatti essendo per la gran parte sintetizzata a livello cutaneo, con il fisiologico invecchiamento della pelle si riduce progressivamente l’efficacia di sintesi, l’uso di creme a protezione totale durante l’esposizione solare e l’uso di infissi con vetri schermati o l’applicazione agli stessi di pellicole contribuiscono in maniera significativa a ridurne ulteriormente la sintesi cutanea; altro aspetto è rappresentato dai pasti veloci consumati fuori casa e spesso dalla “dieta forzata” quando per motivi di tempo ed impegni non è possibile fare la “pausa pranzo”.

Stanti questi aspetti e l’indubbio ruolo nel nostro organismo della vitamina D, merita una maggiore attenzione garantirne al lavoratore livelli ottimali ed inserire magari il suo dosaggio in particolari categorie per prevenirne e contrastarne la carenza, qualora la stessa sia importante, con una semplice integrazione.

Dr Antonio Falchi

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