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Osteoporosi, impatto sulla spesa sanitaria e l’attività lavorativa

Del Dott. Antonio Falchi – Dirigente Medico UOC di Medicina Nucleare – AOU Sassari

L’osteoporosi rappresenta un’importante e diffusa condizione in grado, con l’avanzare dell’età, di compromettere l’autonomia e la qualità della vita di 4 milioni di persone di entrambi i sessi, con un impatto significativo sul Sistema Sanitario Nazionale ed importanti implicazioni dal punto di vista lavorativo legate all’assenza per ospedalizzazione ed alla temporanea o definitiva inabilità secondaria alle complicanze.
Nel 2017 solo in Italia sono state registrate oltre 500.000 fratture da fragilità, con un impatto economico per il Sistema Sanitario Nazionale pari ad oltre 9 miliardi di euro; si ipotizza che nel 2030 l’incidenza delle fratture da fragilità ossea aumenterà del 22,4% per un totale di circa 690.000 casi ed un conseguente significativo incremento dei costi di oltre il 26%, per una spesa complessiva per lo Stato di circa 12 miliardi di euro.
Molte fratture da fragilità, soprattutto quelle coinvolgenti le vertebre, non vengono spesso inquadrate correttamente dal punto di vista etiologico per cui se ne sottovaluta l’origine osteoporotica. Il corretto inquadramento diagnostico di tali condizioni meriterebbe pertanto una gestione mediante un percorso assistenziale adeguato al fine di evitare le recidive con notevoli vantaggi sia per il paziente che, in termini di spesa, per il Sistema Sanitario Nazionale.
La prevenzione secondaria delle fratture da fragilità è stata a lungo sottovalutata e trascurata nonostante le Linee Guida e la Nota AIFA 79 ne consiglino un trattamento farmacologico (bisfosfonati, Ac monoclonali, teriparatide ed integrazione con calcio e vitamina D) per tutti i pazienti che abbiano subìto una frattura da fragilità.
Nonostante tali specifiche raccomandazioni attualmente il 60-80% dei pazienti non lo riceve e solo il 50% continua le cure ad un anno dalla prescrizione farmacologica.
Per tentare di circoscrivere tale aspetto è necessario migliorare l’approccio al paziente osteoporotico ed il suo attento inquadramento dalla diagnosi fino al follow up, creando un sistema di assistenza multidisciplinare che coinvolga tutti gli specialisti di riferimento (chirurghi ortopedici, reumatologi, medici nucleari, radiologi, internisti, endocrinologi, fisiatri e fisioterapisti). E’ peraltro di fondamentale importanza migliorare la comunicazione sul territorio creando una rete tra struttura ospedaliera e Medici di Medicina Generale al fine di investire efficacemente nella prevenzione.
L’assistenza territoriale integrata consente un livello terapeutico economicamente vantaggioso, riducendo il rischio di rifrattura e di mortalità, favorendo quindi un aumento del numero di pazienti trattati e migliorando l’aderenza degli stessi alla terapia.
Recenti studi hanno dimostrato che l’aumento di aderenza alla terapia riduce il rischio di rifrattura ed in termini economici questo comporta certamente un aumento dei costi relativi alle prescrizioni mediche ma al contempo una diminuzione dei costi legati all’ospedalizzazione e di conseguenza una riduzione generale della spesa pro-capite.
Entrando nello specifico di tale aspetto consideriamo che in Italia, il Veneto, è considerato l’eccellenza per quanto riguarda la gestione dell’osteoporosi in quanto si fa prevenzione e si riducono le fratture. L’incidenza delle fratture di femore negli ultimi anni si è infatti ridotta del 18%, portando ad un significativo contenimento dei costi a carico del Sistema Sanitario Nazionale. L’elemento alla base della diminuzione delle fratture in questa regione è ascrivibile all’adozione di una corretta politica sanitaria per la gestione del paziente osteoporotico.
La corretta gestione preventiva, diagnostica e terapeutica dell’osteoporosi permette un notevole risparmio in termini di spesa per il Sistema Sanitario Nazionale e rappresenta soprattutto un enorme vantaggio per la popolazione riducendo le conseguenze individuali e lavorative legate alle complicanze fratturative della malattia.

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