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Le associazioni culturali e la riforma: opportunità o capolinea?

L’attuale tessuto culturale e sociale poggia le sue basi su molteplici pilastri ed uno di questi è il mondo associativo. Le associazioni coprono una vasta gamma di attività non lucrative e spesso colmano le lacune organizzative delle Pubbliche Amministrazioni.
Il tipo di associazione varia in base all’attività prevalente svolta e va dall’associazione sportiva a quella culturale, dall’associazione di promozione sociale alla organizzazione di volontariato, e molte sono le ulteriori varianti.

Fino ad oggi le associazioni sono sopravvissute grazie alla decommercializzazione (non tassazione degli introiti) dei contributi ricevuti dagli associati per la fruizione di servizi (art. 148 Tuir) e all’applicazione della legge 398/91 per la parte commerciale – come le sponsorizzazioni – che prevede agevolazioni sul fronte IRES e IVA.

Con l’entrata in vigore del D. Lgs. 3/7/2017 n. 117 notevoli saranno le novità per il mondo dell’associazionismo. Viene infatti introdotto il cosiddetto Codice del Terzo Settore (CTS), il quale si affianca, e non si sostituisce, alla normativa di riferimento introducendo la nuova figura dell’ETS, ovvero ente del terzo settore, riconosciuto tale solo previa iscrizione al registro unico degli ETS (RUNTS). Il registro unico entrerà in funzione presumibilmente da gennaio 2020 ed assorbirà automaticamente i registi nazionali e locali delle associazioni riconosciute, come le associazioni di promozione sociale e le organizzazioni di volontariato. Questo automatismo non avverrà per le associazioni culturali, non iscritte in nessun registro.

Il nuovo codice prevede un regime fiscale forfettario (meno vantaggioso rispetto dell’attuale regime L.398/91) per le associazioni iscritte al registro unico e leva, però, la possibilità di usufruire delle agevolazioni di cui al paragrafo precedente a quelle che restano fuori dal RUNTS (associazioni sportive escluse, le quali possono continuare a usufruirne), volontariamente o per incompatibilità normativa: non potranno, infatti, mai diventare enti del terzo settore le associazioni politiche, i sindacati, le associazioni professionali e di rappresentanza di categorie, le associazioni di datori di lavoro.

Le associazioni culturali, quindi, se vorranno iscriversi autonomamente dovranno verificare se rispettano i nuovi requisiti: quelle preesistenti la nascita del codice saranno valutate in base alla normativa precedente alla riforma (se risultassero non conformi il codice prevede che gli enti abbiano 24 mesi di tempo per adeguare il proprio statuto), mentre gli statuti redatti dopo il 3 agosto 2017 dovrebbero già contenere le norme sancite dal CTS, ovvero l’acronimo ETS, il perseguimento delle finalità di utilità sociale, lo svolgimento di una o più attività di interesse generale di cui all’art.5 del CTS, il numero minimo di 7 soci per la costituzione, la procedura di ammissione dei nuovi soci, gli organi sociali, il patrimonio sociale e le norme di scioglimento.
Qualora non siano in regola, le associazioni culturali avranno tempo fino al 3 agosto 2019 per adeguare i propri statuti in base alle nuove regole del codice.

Tra gli obblighi risaltano inoltre la redazione e il deposito del bilancio e la pubblicazione sul sito web di tutti i compensi o corrispettivi attribuiti a dirigenti, associati e membri degli organi associativi.

Come si può evincere, l’adeguamento a queste novità metterebbe a dura prova gran parte delle circa 12.000 associazioni culturali attualmente esistenti sul territorio italiano, le quali spesso hanno una struttura ridotta al minimo essenziale e si reggono sugli sforzi in termini di tempo ed economici dei soci fondatori. Entrare nell’ottica di adeguamenti statutari, redazione di bilanci e creazione di siti web potrebbe non essere facile per queste realtà, costringendole a rinunciare all’adeguamento.

Le associazioni che rinunceranno all’adeguamento potranno continuare ad esistere e svolgere la propria attività istituzionale, ma a livello fiscale dovranno prendere atto di una situazione peggiorativa. L’associazione culturale potrà usufruire della neutralità fiscale ai fini IVA dei corrispettivi versati dai propri associati e tesserati, ma non saranno più considerati entrate decommecializzate. I corrispettivi costituiranno introiti da attività commerciale imponibili ai fini IRES, e, come per tutti gli altri introiti commerciali dell’associazione, non godranno delle agevolazioni della legge 398/1991 che prevede, tra l’altro, una base imponibile del 3% del fatturato.

Si può tranquillamente giungere alla conclusione che la riforma, che si prefiggeva l’obiettivo di uniformare a livello normativo il mondo delle associazioni e agevolarne la crescita, creerà ulteriore confusione e problemi alle stesse, scoraggiandone molte e ridimensionandone altre. Non resta che attendere ulteriori sviluppi (e si spera miglioramenti) di un percorso normativo che è ancora in evoluzione e che sarà ufficiale solo con l’entrata in funzione del RUNTS.

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