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Hai voluto il Bitcoin? E ora tasse! O forse no.

L’inizio del 2018 ha portato con se la febbre da Bitcoin. Sull’onda dell’entusiasmo di fine 2017, quando la criptovaluta ha toccato quota 19.345 dollari, anche i meno avvezzi al mondo della finanza si sono fatti sotto con investimenti più o meno rilevanti. A distanza di cinque mesi, dopo un crollo per più della metà del suo valore, quale che sia il suo futuro, in molti si trovano di fronte a problematiche fiscali legate al possesso ed alla gestione di questa nuovo strumento.
I più fortunati, infatti, hanno tra le mani dei guadagni derivanti dalle proprie operazioni effettuate e non sanno come trattarli a livello fiscale, ovvero se e come inserirli nelle proprie dichiarazioni dei redditi e se e quanto verranno tassati.
I problemi sorgono proprio in merito a questo aspetto, in quanto non esiste una vera e propria norma che definisce i criteri da seguire riguardo la tassazione sui bitcoin e sulle criptovalute in generale. L’unica indicazione attualmente da prendere in considerazione è data dalla Agenzia delle Entrate, diffusa a seguito di un interpello di una società che chiedeva delucidazione sulla trattazione delle plusvalenze realizzate. In risposta a quest’ultima l’AdE diffonde la risoluzione ministeriale n.72/E del 2016 su criptovalute e bitcoin.
Il passaggio che chiarisce la linea da tenere è il seguente:
“Per quanto riguarda, la tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei clienti della Società, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa”.
Da quanto enunciato si evince come l’Agenzia delle Entrate consideri il Bitcoin come una valuta. Visto che la risoluzione stessa di fatto tratta il Bitcoin come una moneta, è possibile applicare le stesse normative che si applicano ai privati che svolgono attività speculativa in ambito monetario. Tali normative stabiliscono che solo le attività dei privati cittadini che detengano per almeno 7 giorni consecutivi in un anno un ammontare in moneta per un controvalore pari o superiore a 100 milioni di vecchie Lire (ovvero 51.000 Euro circa) siano considerabili come attività speculative, generando pertanto redditi imponibili. Quindi un privato cittadino che non svolge attività finanziaria speculativa finalizzata all’ottenimento di plusvalenze non deve pagare alcuna imposta, nemmeno qualora riesca a tutti gli effetti a realizzarne, a patto che non superi i limiti sopracitati.
E’ chiaro che, essendo un tema che avrà un interesse e risalto sempre maggiore, ci saranno sicuramente aggiornamenti della normativa ed emanazioni di leggi atte a porre delle posizioni chiare e dedicate alle criptovalute. Non resta che tenersi aggiornati.

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